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sabato 24 agosto 2002  


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Tomaso Poggio professore del Mit è presidente del consiglio scientifico dell'Irst
IL CERVELLO IN MACCHINA
«L'uomo riuscirà a riprodurre i meccanismi dell'intelligenza»
LE FRONTIERE DELLA SCIENZA

di Sandra Mattei

Professor Poggio, iniziamo con una domanda forse provocatoria. Lei sa come funziona la mente? E suoi processi mentali possono essere riprodotti su una macchina?
No, non so bene cosa sia la mente e comunque certamente non so come il cervello funzioni. Un mio amico e collega, Steve Pinker, ha scritto un libro dal titolo "How the mind works". Ho detto varie volte in pubblico che anche se Steve ha spiegato come funziona la mente nessuno ci ha fatto caso: il vero problema è "how the brain works" e "how to make an intelligent machine". Jokes apart... penso che il problema dell'intelligenza, del controllo motorio, della percezione e di come il cervello possa creare comportamenti "intelligenti", sia il problema più profondo e più difficile che oggi impegna la scienza, molto più profondo del problema dell'origine dell'universo o dell'origine della vita. Non penso che un problema così difficile si possa "risolvere" nel giro di qualche decennio. Forse non lo risolveremo mai: più probabilmente potremmo forse capire come funziona una grande parte del cervello, e riprodurre molti aspetti dell'intelligenza in macchine e computer. Immagino che tutto questo avverrà progressivamente nel corso dei prossimi anni e decenni e secoli. Personalmente sono sicuro che l'umanità creerà macchine "intelligenti". Non so se questi computer del futuro useranno la tecnologia digitale dei computer di oggi o componenti nano-meccaniche o effetti quantistici o proteine e Dna. Non credo che il tipo di "hardware" (o "wetware") giocherà un ruolo veramente critico. Penso anche che tutti coloro, specie i filosofi, che discutono la possibilità o l'impossibilità di macchine "intelligenti" stiano perdendo il loro tempo. Per uno scienziato non c'è da fare che provare.
Allora il funzionamento del cervello rimarrà un mistero?
Credo che una chiave importante per scoprire il segreto dell'intelligenza, e costruire così macchine "intelligenti" e anche capire il cervello, sia il problema dell'apprendimento dall'esperienza. Computer che imparano senza essere programmati possono essere visti come "intelligenti": uno degli aspetti più chiari nella neuroscienza di oggi è la plasticità della corteccia cerebrale. La ricerca nel campo dell'apprendimento (teorie matematiche, algoritmi, neuroscienza) è il fuoco esclusivo dei quaranta ricercatori e studenti nel mio gruppo a Mit.
Come si colloca la ricerca italiana rispetto agli Stati Uniti e al Giappone?
Il sistema italiano di ricerca e di educazione universitaria ha dei grossi problemi che secondo me hanno pesato sulla ricerca italiana negli ultimi decenni. Nessun sistema è perfetto naturalmente, e anche quello degli Stati Uniti potrebbe essere migliorato notevolmente. Tra Italia e Giappone non saprei: anche il Giappone ha problemi enormi. Naturalmente, ci sono in Italia, come in Giappone, scienziati e ricercatori di primissimo piano, che non hanno niente da invidiare alle migliori Università americane.
Veniamo al Trentino. La nostra Provincia si è dotata di un sistema della ricerca articolato, con l'Università e il sostegno dei centri di ricerca, come l'Itc-irst ed il Centro Sperimentale dell'Istituto Agrario di San Michele. Quale è il suo giudizio in proposito?
Mi sembra che il Trentino sia all'avanguardia in Europa nel riconoscere il ruolo della ricerca e dell'insegnamento a livello universitario nel determinare il benessere futuro della società. L'avere creduto in questa strategia e avere investito per realizzarla già da qualche decennio (nella mia esperienza personale, il senatore Kessler ha avuto qui un ruolo visionario e determinante) dà al Trentino un "competitive advantage" che è quasi unico in Italia e in Europa. E' importante riconoscere il successo raggiunto negli anni passati e lavorare per continuarlo, e non accontentarsi dei risultati notevoli già raggiunti con l'Irst e con l'Università. E' per questa ragione che credo che l'Università e l'Irst abbiano un ruolo complementare e sinergetico in un equilibrio tra collaborazione e competizione. Credo anche che negli ultimi dieci anni, l'Irst sia stato estremamente efficiente a sopravvivere, espandersi ed affermarsi in un contesto molto difficile, in cui varii istituti di ricerca nel mondo, come Sri in California, hanno sofferto moltissimo.
Vuol dire che c'è bisogno di un salto di qualità?
La ricerca di altissima qualità richiede un investimento a lungo termine e non soltanto a breve e medio termine. Spostare un poco la priorità dei progetti di ricerca dell'Irst sul lungo termine non sarebbe una svolta della sua missione ma semplicemente un aggiustare i suoi obiettivi originali alla nuova realtà. Un buon modello in Europa - e nel mondo! - a cui il Trentino potrebbe guardare sono sicuramente gli Istituti della Max Planck Gesellschaft con la loro combinazione di criterii scientifici rigorosi nel decidere i progetti di ricerca e di una notevole autonomia nel perseguirli. La ricerca scientifica oggi comporta costi piuttosto elevati. A parte alcuni settori molto particolari, essa non è in grado di autosostenersi e necessita di finanziamenti pubblici. Tuttavia deve anche saper trovare fonti di finanziamento alternative.
Qual è il rapporto ottimale tra l'intervento pubblico e l'autofinanziamento?
L'educazione e la ricerca sono investimenti a lungo termine da parte della società. Il capitalismo nella sua forma odierna non ha meccanismi per investimenti di questo tipo. Tocca alla società e al governo fare questi investimenti. E' importante riconoscere che sono investimenti e non spese a fondo perduto. Eseguiti bene sono tra i migliori investimenti che una società moderna può, e deve!, fare.
Come reperire dunque gli sponsor?
E' importante un equilibrio tra finanziamenti competitivi - per esempio "European grants" - e finanziamenti istituzionali dalla Provincia. I primi servono per mantenere il contatto con la ricerca nel mondo e misurarsi con essa; i secondi possono essere fondamentali per finanziare ricerca con obbiettivi a medio e lungo termine, necessaria per sviluppare nel Trentino un nucleo di ricerca a livelli altissimi. La Provincia di Trento può essere orgogliosa della sua lungimiranza nell'investire nell'Irst. L'Italia in genere investe molto poco rispetto ad altre nazioni che ora emergono come South Korea, Taiwan, Cina. Potrebbe essere un errore molto costoso per gli italiani.
E dei rapporti tra istituti autonomi come l'Itc e l'Università, cosa pensa?
E' positivo avere collaborazioni tra l'Università e Irst. L'Università non avrebbe potuto svilupparsi così rapidamente in importanti aree tecnologiche senza l'aiuto dei ricercatori dell'Irst, per esempio nell'insegnamento. E' positivo per l'Irst avere contatti con "new blood", giovani studenti dell'Università. E' positivo che la ricerca più o meno applicata interagisca con l'insegnamento ed avere una certa competizione tra Università e Irst.




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