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 Tomaso Poggio professore del Mit è presidente del consiglio scientifico dell'Irst
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IL CERVELLO IN MACCHINA
«L'uomo riuscirà a riprodurre i meccanismi dell'intelligenza»
LE FRONTIERE DELLA SCIENZA
di Sandra Mattei
Professor Poggio, iniziamo con una domanda
forse provocatoria.
Lei sa come funziona la
mente? E suoi processi
mentali possono essere riprodotti su una macchina?
No, non so bene cosa sia la
mente e comunque certamente non so come il cervello funzioni. Un mio amico e collega,
Steve Pinker, ha scritto un libro dal titolo "How the mind
works". Ho detto varie volte
in pubblico che anche se Steve ha spiegato come funziona
la mente nessuno ci ha fatto
caso: il vero problema è "how
the brain works" e "how to
make an intelligent machine". Jokes apart... penso che
il problema dell'intelligenza,
del controllo motorio, della
percezione e di come il cervello possa creare comportamenti "intelligenti", sia il problema più profondo e più difficile che oggi impegna la scienza, molto più profondo del
problema dell'origine dell'universo o dell'origine della vita. Non penso che un problema così difficile si possa "risolvere" nel giro di qualche
decennio. Forse non lo risolveremo mai: più probabilmente potremmo forse capire come funziona una grande parte del cervello, e riprodurre
molti aspetti dell'intelligenza
in macchine e computer. Immagino che tutto questo avverrà progressivamente nel
corso dei prossimi anni e decenni e secoli. Personalmente
sono sicuro che l'umanità
creerà macchine "intelligenti". Non so se questi computer del futuro useranno la tecnologia digitale dei computer di oggi o componenti nano-meccaniche o effetti quantistici o proteine e Dna. Non
credo che il tipo di "hardware" (o "wetware") giocherà
un ruolo veramente critico.
Penso anche che tutti coloro,
specie i filosofi, che discutono la possibilità o l'impossibilità di macchine "intelligenti"
stiano perdendo il loro tempo. Per uno scienziato non c'è
da fare che provare.
Allora il funzionamento
del cervello rimarrà un mistero?
Credo che una chiave importante per scoprire il segreto dell'intelligenza, e costruire così macchine "intelligenti" e anche capire il cervello,
sia il problema dell'apprendimento dall'esperienza. Computer che imparano senza essere programmati possono essere visti come "intelligenti":
uno degli aspetti più chiari
nella neuroscienza di oggi è
la plasticità della corteccia cerebrale. La ricerca nel campo
dell'apprendimento (teorie
matematiche, algoritmi, neuroscienza) è il fuoco esclusivo
dei quaranta ricercatori e studenti nel mio gruppo a Mit.
Come si colloca la ricerca
italiana rispetto agli Stati
Uniti e al Giappone?
Il sistema italiano di ricerca e di educazione universitaria ha dei grossi problemi che
secondo me hanno pesato sulla ricerca italiana negli ultimi decenni. Nessun sistema è
perfetto naturalmente, e anche quello degli Stati Uniti potrebbe essere migliorato notevolmente. Tra Italia e Giappone non saprei: anche il Giappone ha problemi enormi. Naturalmente, ci sono in Italia,
come in Giappone, scienziati
e ricercatori di primissimo
piano, che non hanno niente
da invidiare alle migliori Università americane.
Veniamo al Trentino. La
nostra Provincia si è dotata di un sistema della ricerca articolato, con l'Università e il sostegno dei centri
di ricerca, come l'Itc-irst
ed il Centro Sperimentale
dell'Istituto Agrario di San
Michele. Quale è il suo giudizio in proposito?
Mi sembra che il Trentino
sia all'avanguardia in Europa nel riconoscere il ruolo della ricerca e dell'insegnamento a livello universitario nel
determinare il benessere futuro della società. L'avere creduto in questa strategia e avere investito per realizzarla
già da qualche decennio (nella mia esperienza personale,
il senatore Kessler ha avuto
qui un ruolo visionario e determinante) dà al Trentino
un "competitive advantage"
che è quasi unico in Italia e
in Europa. E' importante riconoscere il successo raggiunto
negli anni passati e lavorare
per continuarlo, e non accontentarsi dei risultati notevoli
già raggiunti con l'Irst e con
l'Università. E' per questa ragione che credo che l'Università e l'Irst abbiano un ruolo
complementare e sinergetico
in un equilibrio tra collaborazione e competizione. Credo
anche che negli ultimi dieci
anni, l'Irst sia stato estremamente efficiente a sopravvivere, espandersi ed affermarsi
in un contesto molto difficile,
in cui varii istituti di ricerca
nel mondo, come Sri in California, hanno sofferto moltissimo.
Vuol dire che c'è bisogno
di un salto di qualità?
La ricerca di altissima qualità richiede un investimento
a lungo termine e non soltanto a breve e medio termine.
Spostare un poco la priorità
dei progetti di ricerca dell'Irst sul lungo termine non sarebbe una svolta della sua
missione ma semplicemente
un aggiustare i suoi obiettivi
originali alla nuova realtà.
Un buon modello in Europa -
e nel mondo! - a cui il Trentino potrebbe guardare sono sicuramente gli Istituti della
Max Planck Gesellschaft con
la loro combinazione di criterii scientifici rigorosi nel decidere i progetti di ricerca e di
una notevole autonomia nel
perseguirli. La ricerca scientifica oggi comporta costi piuttosto elevati. A parte alcuni
settori molto particolari, essa
non è in grado di autosostenersi e necessita di finanziamenti pubblici. Tuttavia deve
anche saper trovare fonti di
finanziamento alternative.
Qual è il rapporto ottimale tra l'intervento pubblico
e l'autofinanziamento?
L'educazione e la ricerca sono investimenti a lungo termine da parte della società. Il
capitalismo nella sua forma
odierna non ha meccanismi
per investimenti di questo tipo. Tocca alla società e al governo fare questi investimenti. E' importante riconoscere
che sono investimenti e non
spese a fondo perduto. Eseguiti bene sono tra i migliori investimenti che una società
moderna può, e deve!, fare.
Come reperire dunque
gli sponsor?
E' importante un equilibrio
tra finanziamenti competitivi
- per esempio "European
grants" - e finanziamenti istituzionali dalla Provincia. I
primi servono per mantenere
il contatto con la ricerca nel
mondo e misurarsi con essa; i
secondi possono essere fondamentali per finanziare ricerca con obbiettivi a medio e
lungo termine, necessaria
per sviluppare nel Trentino
un nucleo di ricerca a livelli
altissimi. La Provincia di
Trento può essere orgogliosa
della sua lungimiranza nell'investire nell'Irst. L'Italia in
genere investe molto poco rispetto ad altre nazioni che
ora emergono come South Korea, Taiwan, Cina. Potrebbe
essere un errore molto costoso per gli italiani.
E dei rapporti tra istituti
autonomi come l'Itc e l'Università, cosa pensa?
E' positivo avere collaborazioni tra l'Università e Irst.
L'Università non avrebbe potuto svilupparsi così rapidamente in importanti aree tecnologiche senza l'aiuto dei ricercatori dell'Irst, per esempio nell'insegnamento. E' positivo per l'Irst avere contatti
con "new blood", giovani studenti dell'Università. E' positivo che la ricerca più o meno
applicata interagisca con l'insegnamento ed avere una certa competizione tra Università e Irst.
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